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Il voto sullo Zimbabwe nella partita a scacchi tra Usa e Russia

Federiga Bindi

C’è del marcio alle Nazioni Unite? Se si guarda al fallito voto sulle sanzioni allo Zimbabwe, al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, è forte la tentazione di parafrasare Shakespeare. La dinamica del voto è stata abbastanza atipica per lo stile onusiano. È possibile che lo Zimbabwe sia stato solo l’oggetto di una partita più grande e più a lungo termine tra Usa e Russia?

Cosa è accaduto
Il 27 giugno vince le elezioni presidenziali in Zimbabwe Robert Mugabe, che è ininterrottamente al potere dal 1980. Si è trattato di un’elezione farsa: il leader dell’opposizione, Morgan Tsvangirai, l’unico altro candidato in lizza, era stato costretto a ritirarsi a causa del clima di intimidazione e violenza contro lui e i suoi seguaci. La rielezione di Mugabe, che governa il paese con metodi dittatoriali e la sistematica soppressione di ogni voce dissenziente, rischia di contribuire all’instabilità politica dell’area, specie dopo i recenti episodi di violenza in Sudafrica, rivolti in gran parte proprio verso gli emigrati dello Zimbabwe e dei paesi vicini.

Il 30 giugno-1° luglio, l’Assemblea dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione africana, riunita a Sharm el-Sheikh esprime “viva preoccupazione” sulla situazione in Zimbabwe, ma decide di non ricorrere a sanzioni, puntando piuttosto sul dialogo ed in particolare sul ruolo di “facilitatore” del Presidente sudafricano Thabo Mbeki e del Presidente dell’African Union Commission, Jean Ping. Facendo eco a tale incontro l’8 luglio, a Hokkaido, i Capi di Stato e Governo del G8 approvano una dichiarazione sullo Zimbabwe in cui esprimono “grave preoccupazione” sulla situazione. Il testo incoraggia il ruolo delle organizzazioni regionali – inclusa la stessa African Union e la Southern African Development Community – ad agire al fine di una risoluzione della crisi. Si chiede anche al Segretario generale delle Nazioni Unite di nominare un inviato speciale per sostenere lo sforzo regionale nella mediazione. Infine (ed è qui che comincia il problema) si dichiara che verranno prese “misure ulteriori” (finanziarie e altre) nei riguardi degli individui responsabili delle violenze. La dichiarazione, sostenuta anche dalla Russia, minaccia dunque possibili azioni, ma non specifica quali esse possano essere, né se esse dovrebbero passare per il Consiglio di Sicurezza. Ciononostante la Reuters, alle 15.39 dell’ 8 luglio, batte il seguente titolo “il G8 d’accordo nell’imporre sanzioni contro lo Zimbabwe”, interpretazione che verrà ripresa da numerosi media mondiali, nonostante che i russi ad Hokkaido abbiamo ripetutamente espresso la loro contrarietà nei riguardi delle sanzioni.

Tre giorni dopo, il Regno Unito e gli Stati Uniti – con il sostegno di Australia, Belgio, Canada, Croazia, Francia, Italia, Nuova Zelanda, Olanda e Sierra Leone – presentano al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una risoluzione (documento S/2008/447) sulla situazione in Zimbabwe. La risoluzione chiede al Segretario generale delle Nazioni Unite di nominare un inviato speciale, ma chiede anche e soprattutto l’istituzione di sanzioni. Portata al voto, la risoluzione ottiene la maggioranza dei voti (9 a favore, 5 contro e un astenuto), ma anche il veto della Cina e della Russia.

In un colloquio riservato, il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, ha affermato che lui stesso ed i proponenti della risoluzione non si aspettavano la bocciatura, ritenendo che Russia e Cina si sarebbero astenute. Ciò appare tuttavia improbabile, a meno di non voler credere ad un dilettantismo davvero eccessivo da parte dei due proponenti principali, Gran Bretagna e Stati Uniti. L’opposizione cinese era ben nota, come del resto la contrarietà russa a ricorrere allo strumento delle sanzioni economiche. È difficile pensare che diplomatici di lunga esperienza, come il Foreign Office Minister, Lord Malloch-Brown (in passato Vice Segretario generale delle Nazioni Unite) o il Direttore politico dello State Department, , William Burns, dalla lunga esperienza diplomatica sia alla Nato che a Mosca, abbiano potuto sottovalutare quelle prese di posizione o ignorarne le conseguenze. Del resto, quando si è voluto far in modo che una risoluzione difficile passasse (un caso per tutti, la 1441 sull’Iraq), la formulazione del testo e l’azione diplomatica sono state arrangiate in modo da portare ad un esito positivo.

Partita russo americana?
È dunque difficile credere che la situazione sia sfuggita di mano. Piuttosto il dubbio è che si sia voluto utilizzare questo episodio nell’ambito di una partita di più lungo termine sulla Russia, il suo ruolo nel concerto mondiale ed il futuro delle istituzioni internazionali.

In seguito al voto, il rappresentante britannico John Sawers, ha subito affermato che la risoluzione è fallita unicamente a causa del veto cinese e russo e che “l’azione russa era inspiegabile alla luce della dichiarazione approvata dal G8”. A ruota, l’ambasciatore americano Zalmay Khalilzad ha affermato che “l’azione russa pone la questione della sua affidabilità quale partner del G8”. Qui potrebbe essere il vero nocciolo della questione, anche se l’ambasciatore russo Vitaly Chirckin ha affermato che l’interpretazione anglo-americana della dichiarazione del G8 era irresponsabile e imprecisa.

Perché si è quindi giunti a questo voto infelice? Ogni ragionamento può essere solo ipotetico, ma si possono suggerire alcune ipotesi di lavoro di un certo interesse.

Partiamo dalla constatazione che in realtà né l’Africa né lo Zimbabwe sono una importante priorità della politica estera americana. Semmai sono i britannici ad avere maggiori interessi in gioco ed ad avere quindi la necessità politica di dare un segnale. È quindi possibile che in questo caso gli Usa abbiano semplicemente voluto fare un piacere a Londra, a futura memoria.

Più interessante è il fatto che è ormai sul tavolo la questione (su cui dovrà esprimere delle proposte la prossima Presidenza italiana del G8) di un allargamento del G8 – ad esempio andando ad una formazione G16, in modo da includere le grandi economie emergenti. Tanto per dirne una, il Presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva, Brasile, stufo di essere invitato solo al “banchetto dei poveri”, ha minacciato di non andare al prossimo G8. L’espediente della futura Presidenza italiana di organizzare un incontro suddiviso su tre giorni in modo da coinvolgere il “G16” per almeno un’intera giornata, è un’innovazione che sarà sicuramente benvenuta dai paesi emergenti e potrà servire da transizione. Ma questo pone in grande evidenza il problema dei possibili assetti futuri della governante internazionale. Ovviamente ci sono opinioni discordanti ed in termini generali chi già ha un posto a tavola non vuole perderlo, ma alcuni potrebbero pensare alla possibilità di cambiare partecipanti.

Un altro tema significativo è l’Iran. Sabato 19 luglio, in Svizzera, ha partecipato alla riunione del 5+1 lo stesso ambasciatore statunitense Burns, inaugurando una nuova fase di contatti diplomatici diretti tra Usa e Iran. Un tale mutamento non può non influire anche sul ruolo russo nella regione ed in genere sulle Nazioni Unite.

Il che sottolinea quello che potrebbe essere il nodo centrale della vicenda: il ruolo della Russia nel mondo e la sua relazione con gli Usa. È indubbio che i rapporti bilaterali russo-americani non sono idilliaci. I contatti diretti tra le due capitali, intensissimi durante la guerra fredda, oggi sono molto meno frequenti e significativi. L’atteggiamento degli Stati Uniti è piuttosto aggressivo – o quantomeno è percepito come tale a Mosca – si pensi a tutta la questione dell’allargamento della Nato e dello scudo missilistico. È anche difficile prevedere che la prossima amministrazione americana , chiunque sia il nuovo Presidente, muti questo approccio in modo significativo. Gli Stati Uniti oggi ritengono di essere l’unica superpotenza mondiale e mal sopportano il tentativo russo di ritrovare un maggiore ruolo internazionale.

In tal luce, il voto sullo Zimbabwe potrebbe essere visto anche come un test ed un avvertimento per la Russia da parte statunitense – un’avvisaglia in vista di future schermaglie e al tempo stesso di possibili necessarie nuove collaborazioni.

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