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Op-Ed

Aspettavano Prodi, se ne sono scordati

Federiga Bindi

“Surprising only a few, Italy’s Government Collapses” ha sentenziato il New York Times all’indomani della caduta del governo Prodi. Il modo in cui la crisi è stata trattata (o non trattata!) dai media statunitensi dice molto a proposito del declino del ruolo del nostro paese nelle relazioni internazionali e della poca rilevanza che esso riveste, adesso che non c’è più il “pericolo comunista”, per i decision makers ed i media americani.

I grandi giornali statunitensi hanno dedicato poco spazio alla caduta del governo e, oibò, l’enfasi è andata all’attacco fisico di Tommaso Barbato al collega Stefano Cusumano, le cui immagini hanno velocemente fatto il giro dei web. La prevedibilità della caduta del governo è stata sottolineata da tutti i giornali, che hanno impietosamente ricordato l’alta frammentazione politica della coalizione governativa ed il potere di ricatto dei piccoli partiti al suo interno. Si è approfittato per trattare di altre crisi, in particolare di quella economica: il Wall Street Journal, ad esempio, ha sottolineato che l’Italia si trova nel mezzo di una grave crisi di cui non si vede il fondo; anzi, essa rischia di entrare in una pericolosa spirale negativa che fa del paese il fanalino di coda del continente. La crisi in corso offre dunque, secondo i media americani, un drammatico esempio dello stato della politica italiana.

Del resto, la caduta del governo era stata messa in conto già da tempo: il Congressional Quarterly nel febbraio 2006, dando ormai Prodi per spacciato, suggeriva che per il Prof. fosse tempo di tornare ad insegnare. Anzi, poteva ritenersi fortunato, avendo conservato il suo posto all’Università di Bologna, a differenza dei suoi ex colleghi europei – da Josè Maria Aznar a Jonka Fisher – che si sono dovuti “riciclare” come distinguished lecturers in prestigiose università americane.

E a proposito di lectures nessun giornale ha ricordato che il 4 febbraio Romano Prodi era atteso in visita ufficiale a Washington. Lungamente negoziata, la visita del Presidente del Consiglio era stata finalmente accordata dalla Casa Bianca nell’ottobre scorso e definita nei particolari nelle ultime settimane. Il programma prevedeva, oltre agli incontri di rito, una lecture alla Brookings Institution sul ruolo dell’Italia nell’Europa e nel mondo. “Attendevamo con piacere ed interesse la lecture” ha dichiarato il Direttore del Centro per gli Stati Uniti e l’Europa della Brookings Dan Benjamin, già membro del National Security Council, gostwriter e consigliere speciale del Presidente Bill Clinton per la politica estera. Per Jeremy Shapiro, la crisi non è arrivata inaspettata e contribuisce a disperdere le speranze di un’Italia attore rilevante nello scacchiere mondiale che si era andata formando negli ultimi due anni. La visita cancellata a causa della caduta del governo è dunque un’occasione perduta per riaccreditare l’Italia agli occhi dell’opinione pubblica e dei decision makers americani.

Ma non si poteva neanche pretendere troppo. Il 5 febbraio ci sarà il Big Tuesday, in cui 22 Stati voteranno nelle primarie, e tutta l’attenzione qui è concentrata su questo evento. A nessuno è tuttavia venuto in mente di menzionare, tantomeno di comparare, il Partito Democratico USA con il PD italiano. Né di mettere in relazione le primarie USA con quelle svoltesi in Italia ad ottobre. Del resto, sia dal punto di vista tecnico che politico i due processi sono assolutamente divergenti.

Questo è un paese che tradizionalmente e culturalmente guarda in avanti; tutti scommettono sulle elezioni anticipate, la cui vittoria viene attribuita con sicurezza al centro destra ed al suo leader Silvio Berlusconi. Anzi, se c’è un vincitore della crisi, secondo i media americani questo è proprio Silvio Berlusconi, ricordando che aveva investito i venti mesi passati a minare la stabilità del Governo Prodi. Attenzione però, il fatto che venga percepito come il vincitore è un dato analitico, e non deve essere inteso come una preferenza nei suoi confronti.

Nessuno si è sbilanciato a prevedere cosa cambierebbe nelle relazioni Italia – USA in caso tornasse al potere Berlusconi. Anche la famosa questione che Bush jr. andasse più d’accordo con il leader del centro destra che quello del centro sinistra è più una costruzione nostrana che statunitense. Quando alcuni anni fa Silvio Berlusconi fu invitato per la prima volta al ranch di Bush, la cosa occupò pagine di commenti sulla stampa italiana, ma fu appena percepita su questa sponda dell’Atlantico. Anzi, come afferma una fonte che vuole però rimanere anonima: “Saremmo molto delusi se tornasse al potere Silvio Berlusconi”. Detto questo però, business is business, e se Silvio torna al potere nessuno vuole iniziare i rapporti con il nuovo governo con un’incrinatura.

Ma forse il punto è proprio che non ci sono stati commenti sullo stato delle relazioni Italia – USA e questo non è un bel segno. Testimonia che l’Italia conta ormai poco nelle scacchiere mondiale e nelle relazioni transatlantiche. Certo, abbiamo vinto la battaglia sulla moratoria internazionale sulla pena di morte, un’importante vittoria politica e diplomatica che ha irritato il Segretario di Stato Condoleza Rice. Ma per quanto sia stato un obbiettivo perseguito tenacemente dall’Italia nel tempo, grazie al continuo pungolo dei Radicali, non basta per rendere dignità all’azione italiana nel mondo.

Nel marzo 1945, La Città Libera scriveva: “l’Italia è un paese secondario … ed i paesi secondari dovranno seguire gli altri”. Ma, si aggiungeva, la posizione geografica del nostro paese, a metà tra il mondo anglosassone e quello slavo avrà un impatto significativo nello scenario internazionale. In effetti, fino alla caduta del Muro di Berlino, l’Italia ha goduto di una posizione privilegiata a livello internazionale, ed in particolare nelle relazioni transatlantiche, grazie alla sua strategicità geopolitica. Ma oggi il mondo è cambiato e l’Italia può tornare a contare nelle relazioni transatlantiche solo con una politica estera credibile e dotata di continuità. Insomma, in America non basta chiamarsi Partito Democratico per contare. Viene in mente quella canzoncina di Fred Buscaglione “tu vuoi far l’americano ma sei nato in Italiiii…”.

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