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Europa-USA: il momento della verità

Dopo aver tifato durante una campagna presidenziale seguita nel Vecchio Continente quasi quanto negli USA, è finalmente tempo per gli europei di cominciare a lavorare con il nuovo Presidente americano, Baraci Obama. Ma quale atteggiamento avrà il 44° Presidente USA nei confronti dell’Europa? E cosa significherà “Europa”, per lui e per i suoi collaboratori?

Il primo ministro inglese Gordon Brown, dopo aver abilmente reso a nuova vita il G20, di cui la sorte benigna gli affida la Presidenza per il 2009, ha astutamente fissato la riunione dei Capi di Stato e Governo G20 al 2 aprile 2009, il giorno prima del vertice per i 60 anni della NATO che si terrà in Francia e Germania. La prima uscita pubblica di Barack Obama in Europa sarà dunque sotto il segno dell’Union Jack, una mossa britannica tesa da una parte a riaffermare che il partner privilegiato degli Usa in Europa è il Regno Unito, dall’altra a crearsi una photo opportunity preziosa nel caso Brown decidesse di fissare le elezioni legislative per il prossimo luglio. La seconda e terza uscita di Omaba avverranno, subito dopo, in Francia e Germania per il Vertice NATO. In Italia, Barack Obama verrà solo a luglio per il Summit del G8. Si tratta di una sequenza temporale che ironicamente suggerisce quali saranno i partner privilegiati americani nella Old Europe. Se non bastassero le avvisaglie di quest’estate, il nuovo Segretario di Stato Hillary Clinton è stata chiarissima nella sua audizione al Senato – “The new administration will have a chance to reach out across the Atlantic to leaders in France, Germany, the United Kingdom, and others across the continent, including the new democracies.” Da parte sua, il nuovo National Security Advisor,il Generale Jim Jones, è un francofilo per educazione, avendo vissuto molti anni in Francia da ragazzo e un atlantista per vocazione, avendo ricoperto la carica di Supreme Allied Commander della NATO.

C’è poi la grande attenzione rivolta alla New Europe, ovvero i paesi Est Europei, grazie al confine che essi condividono con l’Eurasia. Obama è stato più cauto rispetto a Bush (e alla Rice), durante la campagna elettorale a proposito della questione del dispiegamento di missili in Polonia, subordinando la scelta all’esistenza di tecnologia adeguata ed efficace. Ma è indubbio che, essendo l’Eurasia una delle priorità USA, il ruolo geopolitico strategico che un tempo fu dell’Italia oggi è dei paesi dell’Est Europa. L’altro paese pivot sarà, più a sud, la Turchia, fondamentale per il transito delle pipelines e per il ruolo che può giocare nei complessi scacchieri mediorientale e centro-asiatico. In questa situazione, l’Italia non può più vivere di rendita e la sola Presidenza del G8, di per sé, non sarà sufficiente a garantirle un ruolo di rilievo agli occhi degli americani.

L’altra questione che vale la pena esplorare è la relazione degli USA con le organizzazioni e le istituzioni europee: UE e NATO. Il discorso della Clinton al Senato, il passato professionale di Jones, il probabile nuovo ambasciatore alla NATO – Ivo Daalder, attuale Fellow alla Brookings Institution e uno degli uomini di punta del team Obama sia durante la campagna elettorale che nella fase della Transizione – tutto fa presupporre una marcata attenzione americana alla NATO ed al suo possibile futuro allargamento. Del resto gli americani, Democratici e Repubblicani in egual misura, sono convinti che i paesi dell’Est Europa debbano alla loro adesione alla NATO lo sviluppo democratico ed economico dei due decenni scorsi, come afferma anche il documento scritto per la campagna elettorale “A Stronger Partnership with Europe for a Safer America”. Ora, se è indubbio che l’appartenenza alla NATO ha contribuito alla loro inclusione nell’Europa Occidentale e ha conseguentemente velocizzato la transizione post-comunista, è pur sempre vero che è stato il supporto dell’Unione Europea e la prospettiva dell’adesione alla stessa che hanno rappresentato il volano principale per lo sviluppo democratico ed economico di questi paesi. Tale sottovalutazione del ruolo passato della UE suggerisce anche una tendenza a sottovalutarne il ruolo politico odierno? Sicuramente no. Ma, viceversa, il modo in cui la nuova amministrazione considererà l’Unione Europea dipenderà in buona parte dalla UE stessa. Se Obama avesse preso potere al momento del voto, a novembre, avrebbe sicuramente considerato la UE un importante interlocutore politico. Sebbene il recente attivismo del Presidente francese Nicolas Sarkozy in Medio Oriente, in qualità di Presidente di turno del Consiglio di Sicurezza ONU (sic), suggerisca che il dinamismo della UE durante la Presidenza francese fosse in buona parte dovuto all’iperattivismo di Sarkozy – che nella Presidenza UE si è riflesso e appagato – resta che l’Unione ha così colto degli importanti successi: ad esempio, in un momento di paralisi per la crisi finanziaria, Sarkozy ha preso l’iniziativa conducendo alla riunione del G20 a Washington; nella crisi russo-georgiana è riuscito ad ottenere il cessate il fuoco; ha condotto alla prima missione navale nella storia dell’UE sulle coste della Somalia per combattere gli attacchi dei pirati; ha spinto l’UE a rinforzare la sua “partnership strategica” con la NATO.

Ma Sarkozy ha soprattutto mostrato che, qualora guidata dinamicamente da un leader carismatico e capace, l’Unione Europea può essere un attore mondiale. La lezione per l’Europa appare chiara a molti – ma non tutti: è necessario ratificare il Trattato di Lisbona il più rapidamente possibile e altrettanto velocemente individuare il nuovo Presidente UE e l’Alto Rappresentante scegliendo tra leader politici europei capaci e proattivi. Sarkozy, si sa, sostiene la candidatura di Tony Blair per la prima posizione. La Merkel ha una preferenza per il lussemburghese Junker ma, date le circostanze, potrebbe alla fine dei giochi rivedere la sua posizione. Blair sarebbe probabilmente la persona che meglio riuscirebbe non solo a dinamizzare l’Unione, ma anche a creare le condizioni per un efficace cooperazione USA-UE.

Ma l’inaugurazione di Obama giunge sotto Presidenza ceca. La stessa presidenza che ha deciso che non vale la pena issare sul proprio pennone la bandiera europea e che ancora non ha ratificato, unica con l’Irlanda, il Trattato di Lisbona. La stessa che ha condotto una missione da dimenticare nel Medio Oriente, per tacere del fallimento dei negoziati con la Russia sul gas. Con questi insuccessi, i Cechi non portano certo acqua al loro mulino nazionalista, mostrando invece con chiarezza i limiti dell’attuale Presidenza a rotazione.

Il problema è che, se tutto andrà bene – ovvero assumendo che gli irlandesi votino sì al nuovo referendum e che i Cechi alla fine si pieghino – non sarà prima dell’autunno 2009, a Presidenza svedese inoltrata, che l’Unione nominerà le due nuove cariche che le permetteranno di recuperare una voce unica ed alta. Nei prossimi mesi, quindi, l’Europa potrà farsi molto male da sé e, conseguentemente danneggiare le relazioni transatlantiche. Perché se è vero che ci saranno probabilmente dei paesi che cercheranno di sfruttare a proprio vantaggio questa situazione di vacuum europeo, è anche vero che le relazioni transatlantiche non sono più quelle che erano durante la guerra fredda. Non concernono più, infatti, i rapporti (bilaterali) tra le due sponde dell’Atlantico, bensì quello che le due sponde dell’Atlantico possono fare insieme per risolvere i numerosi problemi del mondo: la crisi finanziaria, le crisi in Medio Oriente e in Asia centrale, il problema del clima e dell’approvvigionamento energetico, l’accesso alle fonti di acqua potabile, il rilancio della non proliferazione. Questi sono solo alcuni esempi dei problemi che possono essere risolti solo globalmente e per i quali la stretta collaborazione ed il coordinamento tra le due sponde dell’Atlantico costituiscono la conditio sine qua non per il successo.

In altre parole, un’Unione Europea forte e coesa costituisce uno specifico interesse nazionale per i nuovi USA. Come ha detto la Senatrice Clinton nell’audizione in Senato: “When America and Europe work together, global objectives are well within our means”. Se il team Obama spingerà i tentennanti europei verso una maggiore integrazione politica tra essi, potremo davvero dire che la legacy dell’era Bush è terminata. In caso contrario, si applicherà il vecchio adagio di Tomasi di Lampedusa: “Tutto deve cambiare affinchè nulla cambi”. Ma il quel caso chi ci perderà, nel medio e lungo termine, saranno proprio le due sponde dell’Atlantico: America ed Europa.