il Riformista

Il lungo addio di George W. Bush

Oggi George Bush jr pronuncerà il suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione, in un paese che non ne può più e che, in attesa di scegliere il nuovo Presidente, ne ha già scelto il leitmotiv: cambiamento.

Lo “Stato dell’Unione” è un momento importante nella vita politica USA. In Italia non esiste un equivalente; piuttosto può essere comparato con il discorso che il Presidente della Commissione europea tiene di fronte alla Plenaria del Parlamento europeo nella sessione di gennaio. I poteri del Presidente della Commissione non sono tuttavia neanche lontanamente comparabili con quelli del Presidente americano. Nello Stato dell’Unione il Presidente USA, capitalizzando su quanto ha già fatto, delinea la sua visione del futuro, annunciando dunque quello che farà. A differenza di quanto avviene nello Stivale - patria della politica-politicante dei discorsi e dei proclami spesso poi elusi nella disattenzione dei cittadini - negli USA gli elettori scelgono i propri rappresentanti sulla base delle soluzioni concrete che esse propongono ai loro problemi, per poi premiarli o sanzionarli con il loro voto. Grande è dunque l’attenzione che viene tradizionalmente riservata dai media a questo appuntamento che invece quest’anno sta passando sotto relativo silenzio. L’attenzione è infatti tutta rivolta in avanti, alle primarie in Carolina e in Florida in vista del 5 febbraio, quando si voterà in ben 22 stati.

Del resto, quello che dirà Bush oggi rischia di essere quasi ininfluente, perché il Presidente è ormai un’anatra zoppa dalle ali legate, per motivi sia istituzionali che politici. Ai sensi del XXII emendamento della Costituzione USA, ratificato nel 1952, non si può essere candidati per oltre due mandati consecutivi. Bush jr, come già prima Eisenhower, Reagan e Clinton è dunque “istituzionalmente” un presidente del passato in una nazione che si interroga su chi sarà il prossimo. Clinton colse l’occasione per autoironizzare con il famoso video in cui faceva da cameriere alla moglie. Nel caso di Bush, tuttavia, una serie di variabili politiche contribuiscono a porlo ulteriormente nell’angolo.

Innanzitutto, le ultime mid-term elections (le elezioni parziali che si tengono ogni due anni) hanno visto i Democratici riconquistare la Camera, evento interpretato come una voglia di cambiamento espressa dagli elettori. Secondo, la mancata candidatura del Vice Presidente Dick Cheney alle Presidenziali ha fatto sì che, per la prima volta dal 1952, in entrambe i partiti i giochi siano completamente aperti. Non a caso la corsa per le primarie è iniziata molto prima del solito, nella primavera 2007.

Ma già al momento della sua rielezione, Bush jr partiva con una gamba zoppa. Mentre Eisenhower, Reagan e Clinton sono stati rieletti con maggioranze confortevoli ed un buon livello di apprezzamento (circa il 70%), il livello di apprezzamento di Bush nel 2001, calcolato combinando la percentuale di voti popolari ottenuti, il voto elettorale e l’approvazione sul lavoro svolto, era il più basso tra i Presidenti dal dopoguerra ad oggi (circa il 50%). Nonostante il picco di consenso ottenuto dopo l’attacco alle Torri Gemelle, all’inizio del secondo mandato (2005) il consenso di cui Bush godeva era addirittura più basso rispetto al 2001, per continuare a calare a partire dalla primavera 2007. Tanto che nella graduatoria del Time Magazine del 2007 non è stato incluso nella lista delle 50 persone più influenti…

In queste condizioni la migliore strategia sarebbe stata la prudenza, virtù nella quale Bush jr tuttavia non pare eccellere. Al discorso sullo Stato dell’Unione del 2005, all’inizio del secondo mandato, Bush infatti ripropose in modo baldanzoso e ottimistico sostanzialmente gli stessi obbiettivi del primo mandato, delineando una rosea visione del futuro: a livello internazionale la libertà e la promozione della democrazia nel mondo; a livello domestico essenzialmente la riforma (leggi riduzione) della Social Security, immigrazione, educazione.

Ma la rosea visione del futuro non è diventata realtà. Nonostante i recenti miglioramenti della situazione in Iraq la questione è ormai tabù negli USA, mentre la situazione economica è assai grigia, nonostante le recenti riduzioni dei tassi di interesse decise dalla Fed.

Il discorso di Bush oggi sarà dunque verosimilmente incentrato ancora su alcuni temi di politica estera (Medio Oriente, Iran e Iraq) e su temi di politica interna quali l’immigrazione e la questione dei mutui. Ma soprattutto Bush cercherà di vendere il piano di stimolo economico teso a scongiurare la recessione e sul quale ha già trovato l’accordo al Congresso, tanto che dovrebbe essere approvato dalle due Camere già questa settimana. Ma difficilmente riuscirà con questo a salvare il profilo di questa declinante presidenza giunta ormai al suo stadio terminale.