Corriere della Sera

Iran, Iraq, North Korea: Bush is No Longer Just Muscles

For anyone still doubting whether foreign policy in the second Bush term has changed, evidence from North Korea and Iran over the last few weeks should do the trick. Three and a half years ago, in his first State of the Union address following 9/11, President Bush declared those countries, along with Iraq, to be members of an "Axis of Evil," and vowed decisive action. The United States would not "wait on events, while dangers gather," Bush said. "I will not stand by, as peril draws closer and closer. The United States of America will not permit the world's most dangerous regimes to threaten us with the world's most destructive weapons."

A little more than a year after that speech, Bush implemented that strategy in Iraq, pushing aside international objections and removing the regime of Saddam Hussein by force. The idea was that the invasion of Iraq would demonstrate to other countries the costs of opposing American will. After success in Iraq, dictators would realize the risks of defying the United States, and recalcitrant allies would find that they were better off joining US-led coalitions than opposing them.

Not everyone was convinced by the logic at the time, but now even the Bush administration no longer seems to believe in it. On Iran, as recently as 18 months ago, Bush was still dismissing European diplomacy as bound to fail and insisting that the United States would never "reward bad behavior" by negotiating with Tehran. Since then, however, Washington has reversed course, not only formally embracing the "EU3" diplomatic approach but offering Iran incentives of its own, agreeing to join nuclear talks, and patiently avoiding any unilateral action.

North Korea shows a similar pattern. One of Bush's first actions as President, in 2001, was to announce an end to US support for the "Sunshine Policy" of South Korea, decisively breaking with what Bush felt was the Clinton administration's excessive patience with dictators and their weapons programs. The Bush team denounced as appeasement the 1994 Agreed Framework according to which North Korea would suspend its nuclear program in exchange for economic aid and the provision of proliferation-resistant nuclear reactors.

Having broken with the Clinton approach and put North Korea on notice that the United States would not "stand by as dangers gather," Bush is doing a lot of standing by. In September 2005, his administration agreed to a deal with North Korea - energy aid, security guarantees, and normalization of relations in exchange for an end to the nuclear program - that looked an awful lot like the Agreed Framework. And just last week, after warning Pyongyang that testing its long-range Taepodong 2 missile would have grave consequences, the Bush approach has consisted of little more than reiterating its desire to revive the multilateral "Six-Party talks."

Iran and North Korea are not the only examples of how far significantly Bush has reversed course since the Bush Doctrine was proclaimed. Indeed, ever since Condoleezza Rice announced in her confirmation hearings to become Secretary of State that "the time for diplomacy is now" the administration has adopted a far more pragmatic course than during the first term. Unilateralist hawks like Pentagon officials Paul Wolfowitz and Douglas Feith and State Department official John Bolton were moved out of key positions, and professionals like Undersecretary of State Nicholas Burns took over. The new Bush team softened its criticism of international organizations like the UN, EU and even the International Criminal Court, accepted the reality of climate change, and increased foreign aid. Under pressure from the public and the courts, it has raised standards for detainee treatment and is now applying the Geneva Conventions in Guantanamo. The notion that promoting democracy - "ending tyranny in our world" - would become the centerpiece of American foreign policy has been tempered by business-as-usual diplomacy toward Egypt, Pakistan, Kazakhstan and any number of other autocracies.

There are, of course, still hard-liners and ideologues left in the administration - not least the Vice President. At some point they may try to make the case that patience and diplomacy and that only decisive US action can make the world safe. But the tide has clearly turned against the neoconservative movement, whose success rested on the premise that the United States was rich, powerful and inherently virtuous. Now Americans themselves are starting to have their doubts. The Iraq war has been far more costly and less successful than planned, the U.S. military is overstretched, the budget has moved from surplus to deficit, America's image in the world has never been worse, and popularity of the President himself is at an all-time low. No wonder, then, that Bush is reverting to the more "humble" approach he called for in the 2000 election campaign.


Iraq, Iran, Corea del Nord Bush non è più solo muscoli
Philip Gordon
Corriere della Sera, 17 luglio 2006

In chi ancora non crede che nel secondo mandato di Bush la politica estera sia cambiata, ogni dubbio dovrebbe sciogliersi vedendo l'atteggiamento verso la Corea del Nord e l'Iran delle ultime settimane. Tre anni e mezzo fa, nel suo primo discorso sullo Stato dell'Unione dopo l'11 settembre, Bush dichiarò che quei due Paesi, assieme all'Iraq, appartenevano a un «asse del male». Disse che gli Stati Uniti «non permetteranno che i regimi più pericolosi del mondo ci minaccino con le armi più distruttive del mondo».

Poco più di un anno dopo Bush mise in atto quella strategia in Iraq, senza curarsi delle obiezioni internazionali, e rovesciò il regime di Saddam Hussein con la forza. Il successo in Iraq avrebbe fatto capire ai dittatori quanto era rischioso sfidare gli Stati Uniti, e gli alleati recalcitranti si sarebbero accorti che era meglio far parte delle coalizioni guidate dagli Usa piuttosto che opporvisi.

Già allora non tutti furono convinti da quella logica, ma adesso sembra che non ci creda più neppure l'amministrazione Bush. Sull'Iran, solo 18 mesi fa il presidente respingeva ancora la diplomazia europea, sostenendo che fosse votata al fallimento, e insisteva che gli Stati Uniti non avrebbero mai «premiato un cattivo comportamento» negoziando con Teheran. Da allora Washington ha fatto marcia indietro, non solo sposando ufficialmente la linea diplomatica della troika Ue (Inghilterra, Francia, Germania), ma offrendo di sua iniziativa incentivi all'Iran, accettando di negoziare sulle questioni nucleari ed evitando cautamente ogni azione unilaterale.

Anche verso la Corea del Nord assistiamo a un comportamento simile. Nel 2001 Bush annunciò la fine dell'appoggio statunitense alla «Sunshine Policy» della Corea del Sud, rompendo decisamente con quella che riteneva pazienza eccessiva dell'amministrazione Clinton nei confronti dei dittatori e dei loro programmi di corsa al riarmo. La squadra di Bush accusò come troppo accomodante l'Agreed Framework del 1994, secondo il quale la Corea del Nord avrebbe dovuto sospendere il suo programma nucleare in cambio di aiuti economici e della fornitura di reattori nucleari non utilizzabili per scopi militari.

Nonostante abbia avvertito la Corea del Nord che gli Stati Uniti non «sarebbero stati a guardare mentre i pericoli crescevano», Bush è rimasto molto a guardare. Nel settembre 2005 la sua amministrazione approvava una ipotesi di accordo con quel Paese — aiuti energetici, garanzia per la sicurezza e normalizzazione delle relazioni in cambio della fine del programma nucleare — che somigliava tremendamente all'Agreed Framework.

E proprio qualche settimana fa, dopo aver avvertito Pyongyang che testare il suo missile a lungo raggio Taepodong 2 avrebbe avuto gravi conseguenze, Bush si è sostanzialmente limitato a riproporre il suo desiderio di rilanciare il multilaterale «negoziato a sei».

L'Iran e la Corea del Nord non sono i soli esempi.Da quando il segretario di Stato Condoleezza Rice ha annunciato che «il momento della diplomazia è questo», l'amministrazione ha adottato un atteggiamento assai più pragmatico. I falchi sostenitori dell'unilateralismo, come i funzionari del Pentagono Paul Wolfowitz e Douglas Feith, e John Bolton del Dipartimento di Stato, sono stati rimossi da posizioni-chiave e sono stati sostituiti da tecnici come il sottosegretario di Stato Nicholas Burns. La nuova squadra di Bush ha ammorbidito le critiche a organizzazioni internazionali quali l'Onu, l'Ue e anche la Corte Criminale Internazionale, ha riconosciuto l'esistenza del cambiamento climatico e ha aumentato gli aiuti all'estero. Sulla spinta dell'opinione pubblica e dei tribunali, ha migliorato le condizioni dei detenuti e sta applicando la Convenzione di Ginevra a Guantanamo.

Certo, nell'amministrazione sono rimasti alcuni fautori della linea dura — non ultimo il vice presidente Cheney — che potrebbero ancora cercare di ostacolare la cautela e la diplomazia e sostenere che la sola garanzia di sicurezza per il mondo sia l'azione decisa degli Stati Uniti. Ma la tendenza attuale ha chiaramente preso le distanze dal movimento neoconservatore. Ora gli americani stessi stanno cominciando a nutrire dei dubbi. La guerra in Iraq è stata assai più costosa e meno brillante del previsto l'immagine dell'America nel mondo non è mai stata peggiore e la popolarità del presidente stesso non è mai stata così bassa. Non c'è da meravigliarsi, quindi, che Bush stia tornando alla politica più «umile» che proclamava nella campagna elettorale del 2000.